Booktrack e novità <3

Eh niente, ho scoperto Booktrack, cari miei ❤ Una nuova arma disagevole che non vedo l’ora di usare -appena capisco come si fa, ma tranquilli, se la cosa può risultare anche solo vagamente trash, io imparo-. Sarebbe carino fare un’esperimento, accoppiando ad una delle mie storie una colonna sonora… vi dirò poi.

Ora passiamo alle novità: quest’anno inizio l’università. Significa che ho finito di avere una vita, ma non significa che lascerò le storie: The Truth, dopo un anno di fermo, sta ripartendo -e per ora va più che bene- e sto lavorando ad una “riedizione” di una vecchia fic su Harry Potter.

Tanti baci a tutti

🙂 🙂 🙂

Beth ritorna presto

Devo correre a nascondermi?

Salve lettori, come va? Siete tanto incazzati con me?

Avrei dovuto aggiornare regolarmente, lo so. Lo avevo promesso e non l’ho fatto.

Purtroppo questo è stato un anno un po’ particolare -più del solito- e il mio blocco dello scrittore è peggiorato terribilmente, indi per cui per un bel pezzo ho scritto poco o niente. Poi -sarà la primavera, sarà che i neuroni si son attivati all’improvviso- ho deciso di rimettermi a scrivere.

Al momento sto lavorando alla stesura de La Regina dell’Inverno, primo capitolo di una saga fantasy che riprende la mitologia greca e nordica che altro non è che una riedizione rivista e corretta de La Neve di Mimile, mia vecchia fan fiction su Saint Seiya pubblicata su EFP che sto rimaneggiando per epurarla il più possibile dagli elementi kurumadiani. Ovviamente non potrò eliminare tutto, ma spero che questa versione si trasformi in una storia fantasy con i controfiocchi e che, libera dai limiti dell’hypermyth e altro, possa finalmente prendere il volo. Non so quando pubblicherò il prologo, ma spero che avvenga prima della fine dell’anno… in ogni caso avverrà quando avrò da parte buona parte della storia già pronta, in modo da procedere a pubblicazioni regolari.

Per chi si sta chiedendo che fine abbia fatto The Truth Beneath The Rose, don’t worry: il prossimo capitolo verrà scritto entro la fine di aprile/inizio maggio e sì, la long avrà un finale -e parecchi altri capitoli-. In realtà progettavo anche un sequel, ma per ora voglio concludere la stagione di fan fiction -in particolare quelle su Saint Seiya-per darmi alla produzione di originali.

L’altra fan fiction che intendo portare a termine è Like a flame that lights the gloom, storia sulla next gen di Harry Potter i cui primi due capitoli sono stati pubblicati su EFP.

Beth saluta le fan fiction.

Non è detto che non scriverò più fan fiction in seguito, ma per ora voglio darmi alle originali; posso già confermarvi che ho in programma di scrivere tre storie con ambientazione fantasy/horror: The Virgins’ Blood, The Witches’ Legacy e The Hunter -titoli provvisori-. Non so di preciso quando inizierò a scriverle e quando verranno pubblicate, perché prima voglio finire il lavoro in arretrato, ma comunque sono in coda a The Truth e a Like a flame.

Con questo Beth vi saluta e vi augura una buona Pasqua.

Tragedia in Tre Atti: Atto III- Addii

Rating: Arancione
Lunghezza: Long-fic
Fandom/Sezione: Drammatico
Genere: Angst, Drammatico,  Introspettivo, Triste
Avvertimenti: Bad Ending, Contenuti forti, Death, Tematiche delicate, Violenza, Whump
Coppie: Het


Riuscì ad arrivare in Germania prima che la polizia mi trovasse. Rimasi nascosta in un appartamento affittato a settimana, pagando in contanti per non farmi trovare per quasi tre mesi. Per me furono abbastanza per scoprire l’ennesimo “regalo” di Jay: un secondo bambino.

Questa volta mi ripromisi che nessuno me l’avrebbe tolto. Ancora una volta avevo torto: quando la polizia mi scovò, capii quanto in là mi ero spinta. Avevo ucciso un uomo e poco importava che fosse un sadico bastardo: ero un’assassina.

Non provai nemmeno a difendermi e so che commisi uno sbaglio: io avevo il diritto ad ogni attenuante per ciò che avevo passato. Ma mi vergognavo troppo: ero stata maltrattata, violentata, brutalizzata, la mia psiche era a pezzi così come la mia autostima, ero stata così sciocca da credere alle promesse di un violento.

Accettai la mia condanna all’ergastolo: io ero colpevole, Jay una vittima. L’ennesimo sberleffo del mio destino.

Che fine aveva fatto la vecchia me? La ragazza che non credeva all’amore? Non lo so. Credo sia morta col primo schiaffo. Ora so per certo che l’amore non esiste, ma prima non avevo mai avuto la benché minima idea di cosa fosse il mondo.

Passai in galera gli ultimi mesi della gravidanza, in attesa di processo, e poi i primi tre anni con la mia bambina, Olivia.

Ricorderò per sempre il suo terzo compleanno, l’anniversario della sua nascita e l’ultima beffa del destino, quando gli assistenti sociali me la portarono via. Ora mia figlia vive con una vera famiglia, che la ama. Non si ricorda chi io sia ed è meglio così. La mia vita è troppo piena di vergogna perché anche mia figlia ne sia sporcata. Ogni decisione, ogni errore, ogni singola violenza sono testimoni silenti della mia esperienza.

Ho amato Jay? Assolutamente sì.

Ho fatto bene? Non so dirlo. Probabilmente no.


Tragedia in Tre Atti: Atto II, Scena II- Fuggire

Rating: Arancione
Lunghezza: Long-fic
Fandom/Sezione: Drammatico
Genere: Angst, Drammatico,  Introspettivo, Triste
Avvertimenti: Bad Ending, Contenuti forti, Death, Tematiche delicate, Violenza, Whump
Coppie: Het


I seguenti due anni da quel maggio passarono lenti, seguendo una perversa routine: lavoro, il più possibile, casa e botte.

Ogni tanto finivo in ospedale, ma mi rifiutavo di ammettere la realtà. Perché ammetterla significava ammettere una debolezza imperdonabile, non solo per me stessa, ma per il resto della società. Una reietta.

Avevo odiato l’amore, per poi desiderarlo ed ora tornavo ad odiarlo. Odiavo Jay, che mi aveva illusia e tradita, odiavo me stessa, per la mia debolezza, odiavo gli altri, perché avrebbero potuto aiutarmi, perché sapevano, ma non fecero nulla. Rimasi vittima della mia vergogna e del menefreghismo altrui, ma ancor più di quell’amore non corrisposto.

Egli era ossessionato da me, ma non innamorato: non potevo più mettere gonne, uscire con altri uomini e tanto meno con le mie poche amiche, dovevo riferirgli ogni mia singola spesa nonostante fossi io quella che guadagnava e se per disgrazia spendevo più di quanto mi fosse dovuto, la punizione erano botte tanto forti da lasciarmi doloranti anche le ossa. Dovevo riferire al mio amante-aguzzino ogni singolo passo, ogni singola parola… ad un certo punto prese ad accusarmi di tradirlo e finì per tagliarmi ogni sostentamento. Ogni singolo centesimo che mi ero guadagnata finiva nelle sue tasche ed era Jay a decidere quando e quanto denaro darmi. Ero diventata succube di quel mostro aitante e non riuscivo più ad uscirne.

Fino a quando non ne ebbi abbastanza: racconti alcuni vestiti e un paio di libri, scappai, recandomi alla stazione di polizia più vicina.

I poliziotti non ebbero nemmeno bisogni di chiedermi cosa mi fosse successo: la mia faccia tumefatta parlava da sé. Avevo visto la gente voltare la faccia per strada o indicarmi, avevo visto la loro indifferenza, lo schifo e la pietà. Ero stanca.

Denunciai Jay e chiesi aiuto: uno dei poliziotti, una donna sulla quarantina dall’aria navigata mi accompagnò in una casa per donne maltrattate e io credetti davvero di rinascere. Avevo lasciato il mio aguzzino, l’avevo denunciato, non poteva farmi più niente, no?

No, sbagliavo. Non so come, mai Jay riuscì a rintracciarmi: si piazzava sotto la mia finestra ad orari improponibili, urlando all’inizio minacce, poi implorando il mio perdono, dicendo che si sentiva perso, senza di me. Più volte minacciò di suicidarsi, mi urlò che mi amava.

La mia fuga durò tre settimane: alla fine della terza ritirai la denuncia e tornai a casa. Ricorderò per sempre quello che la poliziotta gentile che mi aveva portata al rifugio mi disse: “non lo faccia. Uomini come quello non cambieranno mai, per quanto promettano.

Ancora oggi mi rammarico per non averla ascoltata, perché aveva ragione: il benvenuto del mio amore fu una razione di botte, onde evitare che ci riprovassi. Ma ormai ero entrata anima e corpo in quel sadico meccanismo.

Persi il lavoro qualche mese dopo e finì in ospedale per diversi giorni, con un braccio rotto. Poi fu la volta di quella volta in cui gli avevo accidentalmente stinto la camicia preferita, poi la cena che “era troppo salata”, le ciabatte non in ordine, la spesa “troppo costosa”, la birra che non era arrivata abbastanza in fretta…

Stavo sempre peggio per quella vita: ne avevo cercata una lontana da quella famiglia finta e vuota ed ora ero finita intrappolata in un incubo che non augurerei nemmeno al mio peggior nemico.

E alla fine capì che dovevo andarmene. Dovevo essere forte, smetterla con quell’amore malato, scappare il più lontano possibile, rifarmi una vita. Lo capì troppo, troppo tardi, quando dopo l’ennesimo pestaggio, persi il mio bambino.

Amavo la mia creatura, l’avevo amata fin da subito, quando il medico mi aveva comunicato la gravidanza. Non era stata certo concepita in modo tradizionale, con una madre e un padre che si amavano, pronti a metter su una famiglia da pubblicità della Mulino Bianco o da telefilm degli anni 50: madre perfetta casalinga, fresca di messa in piega e con abitini che potevano calzare a pennello solo ad una modella e padre impiegato di banca, amante del golf e dei maglioncini portati attorno alle spalle.

Il mio bambino sarebbe venuto al mondo da un musicista fallito e violento e da una ragazza bruttina e sottomessa, ma l’avrei amato.

Jay non fu felice, per niente, ma rinunciò a farmi abortire: me n’ero accorta troppo tardi e non si poteva far più nulla. Se avevo mai sperato che il mio fidanzato cambiasse, mi dovetti ricredere: era più irritabile del solito e decisamente più violento; mi picchiava sempre più spesso, incurante del figlio che portavo in grembo. Non il figlio di qualcun altro. Il suo.

Un calcio di troppo. Uno stupido calcio di troppo, io che ne avevo sopportato di ogni e mi era stato strappato anche mio figlio.

Avevo tanto sognato di stringere tra le braccia il mio bambino, ed invece il medico mi mise in braccio un cadaverino sottopeso.

Se mi era rimasto un po’ di amore per Jay, quello venne seppellito assieme a mio figlio. E al suo posto nacque un odio prepotente, che mi consumava lentamente, mese dopo mese, mentre il dolore folle che mi aveva colta dopo la morte del mio piccolo Leo lasciava il posto alla sete di vendetta: una sera lo colpì violentemente con una padella, riempì una borsa, rubai i miei risparmi e scappai. Speravo di averlo ucciso e, come confermarono i fatti, fu così.


Tragedia in Tre Atti: Atto II, Scena I- Dramma

Rating: Arancione
Lunghezza: Long-fic
Fandom/Sezione: Drammatico
Genere: Angst, Drammatico,  Introspettivo, Triste
Avvertimenti: Bad Ending, Contenuti forti, Death, Tematiche delicate, Violenza, Whump
Coppie: Het


Iniziai ad uscire con Jay circa sei mesi dopo averlo conosciuto: si era attirato la mia simpatia coi suoi modi di fare e le sue osservazioni… o forse con la sua bellezza.

Più avanti avrei capito che le sue osservazioni “argute” erano in realtà banali e vuote di riflessione e logica e che la sua musica, oltre che sterile, era anche tecnicamente pessima.

All’inizio si era dimostrato un ragazzo affettuoso, dolce, pacato e romantico, mi portava fuori il più spesso possibile: concerti, ristorantini, passeggiate, festival e manifestazioni, ogni occasione era buona per stare assieme.

C’era sempre qualcosa da fare, qualcosa da vedere, fiori, regali e biglietti, canzoni scritte per me e attenzioni. Mi innamorai follemente di lui ed iniziai a rivedere anche le mie idee sull’amore, che iniziarono a parmi fin troppo ciniche e cattive: forse davvero le ragazze banali potevano attirare l’attenzioni di perfetti e talentuosi adoni o educati e poetici gentleman.

E io ero e sono la quint’essenza della banalità: capelli castani (no, non color mogano, né castano dorato, né dai riflessi color miele: castani, stop), che si aggrovigliano in una matassa riccia e crespa indefinita; pelle abbronzata, ma non dorata come quelle delle attrici di film per adolescenti: un marroncino chiaro, tipico delle popolazioni mediterranee, un po’ slavato per la mia tendenza a chiudermi in casa con un buon libro, invece che indossare flip flop e bikini e passeggiare sulla spiaggia assolata; fisico un filino troppo sovrappeso, tette poche, sedere tanto. Non ero una bellezza hollywoodiana, di certo, ma l’idea che Jay mi trovasse attraente mi fece sentire la Bella Swan della situazione.

Quello fu un errore, uno dei tanti che commisi, con lui e che avrebbe irrimediabilmente segnato la mia vita.

Penso fosse maggio, quando, per la prima volta, ebbi una dimostrazione di chi fosse veramente Jay. Sì, doveva essere maggio, poiché ricordo che era una giornata bellissima e le temperature erano decisamente al disopra delle medie stagionali: insomma, quel genere di giorni che ti ispirano buon umore e in cui non può accadere nulla di cattivo per forza di cose.

Almeno questo era il mio pensiero.

Jay, ormai ufficialmente il mio ragazzo, dopo quattro mesi di uscite, era venuto a vivere da me e quella mattina avevo deciso di preparargli la colazione.

Mi ci misi d’impegno, padellando e ascoltando la radio, che trasmetteva le ultime hit o pezzi storici… che sciocchezze sto scrivendo… non ricordo nulla del mio sedicesimo compleanno, nemmeno la torta, ma ricordo ogni insignificante dettaglio di quella mattina.

Ad un certo punto Jay si alzò, entrando in cucina e sedendosi al tavolo, senza salutare.

La sera prima era tornato tardi, ufficialmente lui e i suoi amici si erano fermati fino a tardi da uno di loro…

Ricordo che l’emittente radofonica mise su “Keep me hanging on” di Kim Wilde. Feci una battuta spiritosa… qualcosa come “adesso non si usa più salutare?”, insomma, cose che mi diceva mia nonna quando avevo quattro anni.

Poi ho un black out di diverse ore. So per certo che Jay mi picchiò fino a farmi perdere i sensi e poi mi portò in ospedale, dove mi diagnosticarono due costole incrinate. So per certo che raccontai, terrorizzata e ancora spaventata di essere caduta dalle scale. So per certo che ero scesa a patti col mio nemico per la prima volta e che a quella ne sarebbero succedute delle altre, moltissime altre.

Da ragazzina avevo sempre disprezzato quelle donne che si facevano maltrattare e mettere i piedi in testa dagli uomini. Per me anche già il solo far decidere agli uomini dei propri figli era un segno di inammissibile debolezza in una madre; era per me inammissibile essere un soprammobile che accrescesse lo sfarzo del focolare domestico, come lo era stata mia madre, ma farsi picchiare o violentare da un uomo… no, quello, nella mia mente di ragazza benestante e beneducata, era molto peggio. Significava essere deboli, indegne di essere considerate donne.

Mi era stato inculcato, come è stato per molti altri giovani prima di me e per come sarà per molti altri dopo la mia generazione, che quelle donne erano donne sbagliate: queste cose succedevano solo a ragazze di dubbia morale o forza mentale. Di botto, venni catapultata nella più atroce realtà.

E l’abbassarmi a coprire Jay non fu segno di scarsa morale: fu paura, istinto di sopravvivenza e soprattutto, una disperata voglia di non vedere. Nonostante le costole doloranti, i lividi e le escoriazioni, non volevo –né potevo– ammettere che l’uomo di cui mi ero follemente e stupidamente innamorata fosse un violento. Archiviai l’episodio come incidente e la vita riprese.

Forse, se fossi stata più esperta, avrei fatto armi e bagagli subito, cambiato città e gettato il telefonino nel primo cestino. Non lo feci e ben presto alle mie spese se ne aggiunse  una fissa: il fondotinta, che mai avevo usato prima e che ora mi serviva per mascherare il fiorire di fiori violetti e giallognoli sulla mia pelle.

Nessun rispetto!

Rating: Verde
Lunghezza: One-Shot
Fandom/Sezione: Harry Potter
Genere: Comico, Generale, Slice of Life
Avvertimenti:
Personaggi: Argus Gazza
Coppie: 


 

Studenti ovunque! Studenti sulle scale, nei corridoi, nelle aule!

Rumorosi studenti! Sporchi studenti!

Che non si pulivano i piedi prima di entrare nel castello, che lanciavano Caccabombe e Frisbee Zannuti! Nessuno rispetto, nessun rispetto!

Ah, birboni, birboni!

Gazza sbraitava e borbottava, sbottava e gemeva mentre passava la scopa sulle scale per l’ennesima volta. Macchie, orme, polvere ovunque!

Erano senza rispetto!

Oh, come gli mancava la Umbridge! Lei sì che sapeva come trattare con quei mocciosetti con moccio al naso! Sì, sì, lei sapeva cosa fosse una punizione!

Ci si andava troppo leggeri, con quegli studenti, così quelli imparavano a non portar rispetto!

La Umbridge sapeva, oh sì, se sapeva! pensava, muovendosi gobbo per i corridoi, i movimenti scatti stizziti e nervosi. Spazzava, lavava, poi rispazzava e lavava. E gli studenti maledetti! E Pix! Tutti che sporcavano, nessuno aveva rispetto!

Tanto, a loro cosa bastava per pulire?! “Gratta e Netta” e via!

Aaah! Nessun rispetto!

Tanto, a loro cosa serviva? Un agitare di bacchetta e ecco fatto! Tutto pulito, tutto in ordine! Bastava agitare la bacchetta, a quelli!

Puah! Nessun rispetto, no no! Ringhiava e borbottava mentre toglieva il fango secco dai gradini di una scala, Mrs Purr che miagolava irritata accanto a lui. Anche la sua gatta disapprovava quei barbari!

Borbottava e borbottava, tanto a loro, cosa serviva? Loro avevano la bacchetta, l’agitavano e puff! Fatto!

Guardò con odio due ragazzini che passavano di lì, i piedi sporchi di fango. Nelle segrete! Sì, dovevano andare nelle segrete!

Ma non si poteva! E loro non avevano rispetto! Piccoli Mezzosangue! Mezzosangue con la bacchetta! Non si poteva proprio! I suoi signori parenti sarebbero inorriditi! Mezzosangue con la bacchetta, li avrebbero schifati!

A loro bastava un incantesimo! E lui invece aveva una vecchia scopa di saggina!

Borbottava e sbuffava, mentre guardava gli studenti riversarsi per il corridoio a sporcare. Tutti con le loro bacchette!

Tanto a loro bastava un incantesimo!

 

 

 

 

Quattordicesima classificata e Premio Simpatia al “Personaggi minori, dove trovarli” contest di TheGhostOfYou

L’amor del tuo sincero core

Rating: Verde
Lunghezza: One-Shot
Fandom/Sezione: Harry Potter
Genere: Angst, Introspettivo, Romantico, Sentimentale, Triste
Avvertimenti: Missing Moments
Personaggi: Merope Gaunt, Tom Riddle Sr.
Coppie: Het, Canon


 

Una bella casa, piena di agi e comodità.

Bei vestiti, per essere invidiata da ogni donna.

Gioielli preziosi, per rimarcare la mia posizione.

Denaro, perché “meriti il meglio, tesoro.”

Niente di questo ha importanza per me. È tutto superfluo, amore mio. Tutto. Mi sei necessario solo tu, Tom: ora che sei mio, non ho più bisogno d’altro.

Sei la luce che ha rischiarato quell’esistenza oscura che è stata la mia infanzia, quando passavi sul tuo birroccio, bello e regale. Non avevo mai visto creatura più bella, i tuoi tratti squisiti che fanno apparire bella qualsiasi cosa.

Nascosta in quella siepe, io ti rimiravo, incurante dei morsi degl’insetti, quasi essi volessero rovinare quei momenti di magica estasi, di sollievo che solo tu mi sapevi dare. Era in quei momenti che avevo la certezza di poter far tutto.

Eri tu nei miei sogni ad asciugare le mie lacrime, a consolare i miei dolori. Sentire le tue carezze gentili e le tue parole suadenti lenire le mie pene mi faceva dimenticare anche mio padre e mio fratello, il mio triste destino e la vita che conducevo, misera ed infelice, in mezzo alla lordura e la grettezza.

Quanto ho odiato quella ragazza che aveva preso il tuo cuore, quanta gelosia ho provato! Quale ingiustizia! Ma mai mi colse il dubbio che mi fosse precluso il tuo amore, mai! Era lei, sì, lei, perfida babbana!

Poiché ella non conosceva la magia, ricorreva ad altri doti, egualmente efficaci! Si, era lei la subdola nemica, poiché io conoscevo il tuo cuore gentile e sincero, sapevo bene che mai una persona della tua levatura avrebbe potuto pensar male di quella civetta che tramava alle nostre spalle, amore mio.

Mi superai, quel giorno. Quanto sudore versato sul quella pozione, per far rinsavire il tuo cuore fedele e prigioniero delle malie della carne. Quanto risi, quando finalmente strinsi tra le mani la fiala di liquido, risi, risi contro mio padre e mio fratello! Essi, rozzi ed ignoranti, che mi chiamavano maganò!

Ed invece, ne ero capace! Avrei avuto il tuo cuore, che tanto avevo desiderato da lontano e che sapevo mi apparteneva!

Che giornata calda, mentre passavi a cavallo. Ti abbeverasti dalle mie mani, i tuoi occhi scuri fissi nei miei. Mai nessuna divinità potrebbe rivaleggiare con te, amore mio, tanto bello e aggraziato, leggiadro e di buon cuore.

Cacciasti l’incantatrice e finalmente mi facesti tua, mi elevasti al tuo rango, mi facesti tua sposa.

Ti appartengo Tom, anima e corpo. Sono tua umile serva, il mio cuore batte solo per te e per questa creatura che porto in grembo.

E so che tu provi lo stesso. So che mi ami, che ami il nostro bambino. Questa è felicità, Tom: il nostro amore.

E questa ennesima fiala di amore liquido non mi serve più, giacchè quello che il tuo cuore sincero prova mai potrà essere sostituito da una magia: esso è più forte di tutto e di tutti, mi travolge e mi sorregge nelle avversità.

Mi ami Tom e io, per vivere, non ho bisogno della magia. Sei tu la mia magia e conosci il mio cuore sincero. Mi ami, Tom? Come non potresti?